lunedì 2 gennaio 2012

La rimozone del lavoro

La rimozione del Lavoro
Il “caso Fiat” rischia di passare alla storia come una “vexata quaestio” della politica, dell’economia e delle relazioni industriali all’italiana. Ma ciò che si configura in modo lampante e netto ormai da mesi se non anni è il ricatto perpetrato ai danni degli operai chiamati a votare un assurdo quesito referendario, abominevole nelle pratiche in cui è stato sottoposto, ma soprattutto nei contenuti. La crisi, snobbata dai politici italiani, dal Presidente del Consiglio troppo occupato in ben altre faccende e per questo troppo incline all’ottimismo, oggi viene addotta per giustificare estorsioni di diritti e di salari ai danni degli operai. La strategia di Marchionne è una non-strategia, è una forzatura antidemocratica che obbliga l’operaio, nella sua dignità di donna e di uomo, di lavoratrice e di lavoratore ad accettare un lavoro sempre più precario, usurante che aggrava quella particolare forma di alienazione che quotidianamente sperimentano le operaie e gli operai della catena di montaggio date le penose e pesanti condizioni imposte quali la rinuncia alla pausa, al diritto di sciopero e di salute, l’impossibilità di eleggere i propri delegati nelle assemblee, pena l’indisponibilità della Fiat a sbloccare un investimento per lo stabilimento di Mirafiori per 700 milioni di euro di cui si ignorano contenuti , progetti e finalità. Grandi assenti e per questo fin troppo colpevoli nella pseudo-trattativa tra il gruppo Fiat e i lavoratori la politica e i politici italiani che rivelano tutta la loro incapacità nel comprendere e gestire i cambiamenti prodotti da fenomeni le cui dinamiche, data la loro complessità, sfuggono a menti troppo impegnate nei giochetti di palazzo e che hanno una visione insincera del paese reale, di un’Italia, che nel 150 esimo anniversario della sua fondazione, è chiamata ad interrogarsi sulla sua identità, sul suo posto nel mondo ma soprattutto su quali binari orientare la sua crescita economica senz’altro ma anche sociale e culturale. La vicenda Fiat è paradigmatica ma dovrebbe suscitare sdegno e preoccupazione in un paese dove l’opinione pubblica vive una sorta di assuefazione dinanzi ad una violazione così palese dei diritti, opinione pubblica che si ridesta solo quando si titilla la sua morbosità in relazione alla priapica ars amatoria e all’immaginario falsamente erotico del Presidente del Consiglio. Paradigmatica perché cristallizza la spaccatura sul versante del sindacato con CISL e UIL, seppur con qualche riserva di minore entità, schierati su posizioni concilianti nei confronti del non-piano di Marchionne, con la Fiom attestata su posizioni per così dire avanguardiste nella misura in cui propone un’ alternativa alla vacuità di un progetto che oltraggia i lavoratori in quanto sospende le garanzie di diritti e di salari previsti dal contratto nazionale, sostituito con uno strambissimo accordo aziendale che piega i diritti dei lavoratori a non meglio precisati obiettivi di produzione. Paradigmatica , perché con l’uscita del gruppo Fiat da Confindustria e la liquidazione del contratto nazionale con i conseguenti “aggiustamenti” in termini di rinuncia a diritti in cambio di un lavoro pagato col misero salario di sempre, crea un precedente pericolosissimo nella misura in cui fornisce l’illusione secondo cui in Italia per investire, produrre e crescere economicamente si possa bellamente cancellare diritti e che tale cancellazione avvenga a beneficio dei lavoratori in nome di un profitto illusorio generalizzato per tutti. Le conseguenze del non-metodo Marchionne probabilmente si rifletteranno nell’adozione di pratiche affini in altri settori produttivi non da ultimo si applicherà questo nuovo modello d’impresa alla situazione già sconcertante della Fincantieri; dietro i paraventi di un modello lavorativo ispirato ad un discutibile criterio di flessibilità si consumeranno il ricatto ai danni della classe operaio e l’indebolimento del tessuto produttivo del paese che diverrà sempre meno competente e non solo competitivo sui mercati perché un paese che non investe, non innova non sostiene il lavoro crea disuguaglianze, amplifica il divario tra le fasce sociali e danneggia se stesso. Paradigmatica perché mette a nudo l’inconsistenza e l’inesistenza stessa di un progetto di rilancio industriale, l’asservimento della politica che dovrebbe essere filosofia e prassi del bene comune a logiche affaristiche motivate dalla disperata ricerca dell’extra-profitto, la mancanza di strategie e tattiche per la realizzazione di uno sviluppo che sia a beneficio di tutti e non degli egoismi di pochi.

di: Eleonora Salvatore

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