lunedì 2 gennaio 2012

Programam di SEL

Premessa
Siamo uomini e donne che vengono dalle esperienze del socialismo europeo, del comunismo italiano, dell’ ambientalismo, del femminismo, dei movimenti d’impegno civile e sociale. Qualcuno si avvicina per la prima volta alla politica attiva, altri ritornano dopo anni di disillusione. Siamo tutti convinti che sia giunto il momento di mettere insieme le nostre storie e avanzare una nuova proposta politica per questo tempo e per questo paese.
La crisi economica ha dimostrato la fondatezza delle critiche al liberismo, la crisi ambientale ha dimostrato la validità della critica al modello di sviluppo. Eppure la sinistra che c’è mostra, soprattutto in Italia, di essere inadeguata. O perché si è limitata ad accompagnare e smorzare il vento liberista o perché ha protestato ma è rimasta chiusa nelle vecchie identità. In questo modo, mentre le disuguaglianze crescevano e la sinistra perdeva peso anzitutto tra i ceti popolari, avanzava il populismo in tutte le sue forme
Ci muove l’obiettivo di trasformare il modo di produrre e i beni da produrre, di organizzare la società e le relazioni umane, di rapportarsi con le risorse naturali. La ricchezza prodotta dall’economia capitalistica, a scapito dell’ambiente e del lavoro, non viene ridistribuita e comunque redistribuirla non basta più. Una società non consumista, un’economia ecologica e non dissipativa, una tecnologia più evoluta mettono al centro i beni comuni da salvaguardare (acqua, aria, cibo, salute, conoscenza…) e al contempo danno valore alla vita di ciascuno.
C’è bisogno di una sinistra più ambiziosa, aperta alle nuove culture critiche, capace di conservare memoria del passato e con lo sguardo rivolto al futuro. La cultura critica non è una predica sulla trasformazione del mondo, deve suggerire azioni e comportamenti coerenti. Per questo pensiamo a una sinistra per la quale le idee valgano anzitutto come comportamenti, una sinistra che non si limiti a enunciare principi nuovi ma anche un nuovo modo di viverli. Una sinistra che sappia proporsi come una comunità plurale, articolata, responsabile: non più come somma di destini personali. Solo così si può ambire a diventare una sinistra popolare.
La sinistra che vogliamo è del lavoro e dell’ambiente. La globalizzazione liberista si è retta su una doppia svalorizzazione: del lavoro umano e delle risorse naturali. La riduzione a merce provoca la rottura degli equilibri sociali e degli equilibri ambientali. L’intollerabile crescita delle diseguaglianze e gli insostenibili cambiamenti climatici hanno una comune origine e portano alla stessa risposta: un altro mondo non solo è possibile ma ,ormai, anche necessario. Dare valore e dignità al lavoro e mettere al centro l’ambiente sono una scelta sola che ricostruisce la società in modo più giusto. E dà un futuro al pianeta.
La sinistra del futuro è quella della libertà. Perché senza libertà non c’è eguaglianza. Una libertà solidale e concreta, non generica, che sappia assumere su di sé la difesa dei diritti, delle differenze, delle diversità, che miri a superare gli ostacoli economici e culturali all’autonomia della persona, al riconoscimento delle capacità e dei meriti, alla partecipazione civile e politica. L’opposto della libertà fondata sul privilegio e l’arbitrio di chi è più forte.
La laicità dello Stato è un bene non negoziabile. Uno Stato laico riconosce le forme di vita e gli orientamenti sessuali di tutte e di tutti. Si regge sul rispetto di tutte le concezioni religiose, di tutte le visioni del mondo. Combatte l’omofobia e il maschilismo. Assume dal femminismo la critica delle strutture patriarcali. Crea le condizioni sociali e istituzionali per rendere effettivi i diritti e le scelte libere di tutte e di tutti. Non vogliamo uno Stato che controlla il cittadino ma che i cittadini possano giudicare e controllare lo Stato.
L’antica aspirazione all’uguaglianza resta per un noi un punto cardine del dirsi sinistra. Essa ha alimentato anche lotte che sono state tradite dagli stessi che agivano in suo nome, ma non per questo deve cadere insieme ad essi. Al contrario a fronte delle crescenti ingiustizie essa torna di assoluta attualità. Una nuova aspirazione all’uguaglianza non può non tener conto delle culture delle differenze.
La sinistra che serve è quella della pace. La guerra minaccia l’umanità. Un mondo pieno di armi non potrà mai essere sicuro. Alla corsa spaventosa al riarmo deve seguire la stagione coraggiosa del disarmo. La pace è un valore assoluto e imprescindibile, non solo alternativa alla guerra ma costruzione di una società più giusta. La non violenza è la pratica concreta di questo valore universale.
Si ha poco da dire senza un’idea del mondo e dell’Europa. Quest’ultima è decisiva per fermare le regressioni etniche, fondamentaliste, razziste e per scrivere i nuovi principi di cittadinanza e i diritti sociali per tutti. Per questo l’Europa deve costruirsi in modo democratico, non chiudersi a fortezza rispetto ai migranti scegliere una politica economica e sociale sostenibile, diventare una potenza civile e una protagonista della pace nel mondo.
L’Italia che vogliamo è capace di stare in Europa e nel mondo con la forza della propria storia e della propria cultura. E’ l’Italia del popolo e non del populismo. E’ l’Italia della Costituzione democratica fondata sul lavoro e che ripudia la guerra. E’ l’Italia che chiede classi dirigenti che praticano la Costituzione e non mirano a sovvertirla, che contrasta fino in fondo quella forma di violenza assoluta che si chiama mafia, ‘ndrangheta, camorra. Un’Italia che smette di essere il paese campione delle disuguaglianze, delle porte chiuse in faccia ai più giovani, della rinuncia alla forza delle donne. E’ questa l’Italia per cui ci impegniamo.
Dobbiamo lavorare per una nuova stagione della democrazia, che nel nostro paese è oggi seriamente in pericolo. La democrazia serve a tutte e a tutti e ancora di più ai soggetti più deboli. Senza democrazia non c’è rappresentanza dei bisogni e dei diritti. L’aver ceduto all’idea che la “decisione” viene prima della “rappresentanza” ha tolto autorità alla politica e voce alla società. La riforma della democrazia non può prescindere da un suo allargamento a partire dal diritto di voto dei lavoratori sui contratti. Battersi per una democrazia piena impone di fare i conti con la critica femminista alla società e alla politica.
Una sinistra moderna si propone la diffusione della conoscenza in tutti i suoi aspetti. Una conoscenza alla portata di tutti, libera da condizionamenti ideologici e da interessi di mercato. L’istruzione gratuita e improntata ai principi della laicità e dell’interculturalismo è un diritto che la Repubblica deve garantire a tutti i cittadini, non solo in un breve arco della vita. Le tecnologie di diffusione del sapere e della comunicazione devono essere libere da vincoli proprietari e politici che ne limitano l’efficacia e l’accesso.
La sinistra che vogliamo essere è l’opposto di ogni chiusura ideologica e autoreferenziale. Siamo interessati al confronto con tutte le forze che si pongono il tema della trasformazione democratica del paese, disponibili alla ricerca di alleanze nella società come nelle istituzioni, pronti a impegnarci all’opposizione come al governo.
Ci aspetta un compito difficile. Ma ci sorregge la consapevolezza che in questo paese ci sono risorse umane, esperienze, passioni civili che questa sfida sapranno assumerla assieme a noi. Adesso tocca a noi. Occorre mettere da parte ogni reticenza e impegnarsi per costruire Sinistra Ecologia e Libertà aprendo a culture diverse e alla democrazia, con la saldezza dei principi e la fatica delle proposte. Sinistra Ecologia e Libertà sarà di tutti coloro che aderiranno e la faranno vivere.

Considerazioni generali

1 La crisi attuale

La crisi e la sinistra
Vogliamo partire dall’attualità, dalla crisi mondiale che stiamo attraversando, la più grave dopo il grande crack del 1929. Questa crisi, lungi dall’investire solamente la finanza, ha compromesso oltre ogni misura sostenibile i livelli occupazionali e lo status giuridico dei lavoratori, attaccando anche il sistema di garanzie dei diritti fondamentali e di partecipazione democratica alla vita pubblica. Contemporaneamente il livello di aggressione alle risorse del pianeta ha raggiunto un punto critico che richiede l’attivazione immediata e incondizionata di politiche di risanamento: crediamo fermamente che soltanto una società fondata sul lavoro, e non sulla rendita finanziaria, possa porsi l’obiettivo di migliorare in tutti i sensi la qualità della vita, salvaguardando il pianeta dal surriscaldamento e dall’inquinamento e promuovendo lo sviluppo delle energie alternative.
Non sappiamo quanto durerà questa crisi nella sua forma acuta; certo è andata in frantumi l’immagine vincente che il capitalismo, nella sua versione neoliberista, aveva saputo costruire di sé nell’ultimo quarto di secolo. Ma, come abbiamo già visto nel 1929, si può uscire da una crisi sia a destra che a sinistra. Queste due opzioni sono possibili anche adesso: molto dipenderà dall’evoluzione della crisi, dall’efficacia delle misure messe in atto dalla destra al governo ovvero dalla capacità della sinistra di avanzare proposte alternative e vincenti.
La crisi da sola non ridà forza alla sinistra, che, in particolare in Europa, è in preda a una profonda crisi d’identità, che risale alle dure sconfitte del Novecento. Nella sinistra europea avevano prevalso, in particolare negli ultimi due decenni le correnti più moderate, che avevano accettato l’idea che il capitalismo potesse diventare la condizione naturale e immutabile della vita sociale, quindi il culmine della storia. Per questo la sinistra moderata aveva accettato non solo di convivere, ma di porsi alla guida dei processi di globalizzazione. L’esplodere della crisi l’ha colta di sorpresa, spiazzata e sbilanciata a destra; la sua capacità di reazione è stata persino inferiore a quella delle forze più aggressive del capitale assai più pragmatiche.
In Europa, tranne poche eccezioni, il mondo del lavoro e i settori più deboli della società sono rimasti privi di una vera rappresentanza politica. Al loro interno sono comparsi inquietanti fenomeni di divisione e di contrapposizione, indotti dalla frammentazione sociale, dalla insicurezza e dal diffondersi di atteggiamenti xenofobi e razzisti.
Dobbiamo riconoscere che negli ultimi decenni non siamo stati capaci di far corrispondere ai nostri valori strumenti adeguati di lettura della società che intorno a noi cambiava e di avanzare le proposte appropriate per orientare questo cambiamento in modo chiaro, nella direzione di una società in cui tutti potessero trovare più equità e libertà e risposta ai loro problemi.
Le grandi difficoltà delle sinistre in Europa non possono farci dimenticare però che altrove, come nel continente latinoamericano, la sinistra sta conoscendo una nuova stagione di idee e di esperienze, anche di governo. E che, nel mondo intero, sono cresciuti movimenti di critica alla globalizzazione capitalistica che hanno dato vita a forme di lotta e di espressione da cui trarre insegnamento. E nella stessa Europa nascono nuove esperienze politiche a ricordarci che i nostri insuccessi non sono una necessità storica.
La crisi viene da lontano
Proviamo ad analizzare più in dettaglio le ragioni della crisi, proponendone una chiave di lettura che stimoli la discussione. Riteniamo che in questo momento storico si sovrappongono varie crisi (alcune più recenti, altre più antiche) che si intrecciano e si influenzano l’una con l’altra.
  • Crisi ambientale, le cui proporzioni sono inedite nella storia umana. L’attuale modo di produzione delle merci impone il consumo di risorse naturali ad un ritmo abnormemente più veloce rispetto a quello di ricostituzione delle risorse stesse, anche con l’utilizzo della migliore scienza e tecnologia disponibile, cambiando gli equilibri planetari così in pericolo la vita stessa delle future generazioni, e di molte specie animali e vegetali.
  • Crisi del modello produttivo e della finanziarizzazione del capitale. L’innovazione tecnologica è stata principalmente usata per aumentare il profitto, arrivando ad una offerta di merci che il mercato non era in grado di assorbire, anche a causa della politica di bassi salari degli ultimi trenta anni, politica resa possibile proprio dalla debolezza della sinistra. A questa sovrapposizione si è illusi di supplire con la dilatazione del credito e lo spostamento dei capitali dai settori produttivi a quelli speculativi della finanza, che alla fine hanno fatto esplodere la crisi.
  • Crisi del modello sociale, che ha portato ad un enorme ampliamento delle disuguaglianze, non solo tra i paesi poveri e quelli ricchi, ma all’interno degli uni e degli altri, facendo comparire inquietanti fenomeni di divisione e di contrapposizione.
  • Crisi della democrazia e delle istituzioni, a livello internazionale e nei singoli paesi, che ha portato le istituzioni elettive a perdere potere reale a vantaggio di forme a-democratiche o addirittura occulte, per cui l’economia ha preso il comando della politica e il mondo del lavoro e i settori più deboli della società sono rimasti senza rappresentanza politica.
  • Crisi dei partiti come luogo che concorre alla determinazione della politica della nazione, interpreti delle grandi correnti di opinione, organizzatori delle aspirazioni del popolo. Negli ultimi anni c’è stato un distacco progressivo da parte degli italiani dalla politica e dai partiti, anche da quelli di sinistra, che non vengono percepiti come molto diversi dagli altri. Quando questo avviene, la situazione diventa pericolosa perché il campo è aperto all’attività di potenze oscure rappresentate anche da uomini “provvidenziali” o carismatici.
Ricostruire la sinistra significa fornire risposte a tutte queste grandi crisi. Bisogna costruire un percorso verso una società nella quale non vi siano lo sfruttamento dell’uomo sull’uomo, l’alienazione dai prodotti del proprio lavoro, il dominio maschile sulle donne, la distruzione continua e irresponsabile della natura e dell’ambiente, il soffocamento delle libertà individuali e collettive, la negazione codificata dei diritti di partecipazione e di decisione, il ricorso sistemico alla violenza e alla guerra per regolare le contraddizioni fra gli uomini e i popoli. Tutto questo non può avvenire dall’oggi al domani né crediamo che esista una società perfetta, ma pensiamo che l’umanità sia a un bivio tra un decisivo passo in avanti e uno spaventoso arretramento, con una simultanea compromissione irreparabile della vita così come l’abbiamo conosciuta sul pianeta.
La crisi ambientale, la questione dell’energia o dell’acqua, la crisi dei modi e dei rapporti di produzione e del lavoro, il ruolo crescente dell’economia della conoscenza manifestano l’inadeguatezza del capitalismo e dei suoi modelli economico-sociali a fronteggiare la questione della sostenibilità e la necessità di mettere a punto un modello di sviluppo alternativo ai guasti del neoliberismo.
Facendo leva sulla necessità di cambiare la società per fare fronte alle varie crisi dobbiamo riuscire a progettare e a costruire un mondo diverso. Siamo consapevoli della difficoltà del nostro sforzo: non si tratta di sommare culture nobili e diverse, riproducendo tentativi già falliti, ma di trovare una sintesi nuova – nei contenuti e nel modo di fare politica – che raccolga il meglio delle culture della liberazione, cui hanno dato un contributo particolarmente innovativo la cultura ecologista e quella del movimento delle donne.
Per la gravità della situazione, per l’urgenza dei problemi da risolvere, vogliamo costruire un soggetto politico autonomo ed essere capaci di concepire e praticare la nostra azione concreta nella ricerca dell’alleanza e della convergenza di obiettivi e di schieramenti con altre forze politiche, tanto nelle istituzioni quanto nella società, tanto nella lotta all’opposizione quanto nelle esperienze di governo.

2 Un nuovo modello di società e di sviluppo

La crisi economica, lo sconvolgimento climatico e la geopolitica sanguinosa dell’energia sono emergenze drammatiche che impongono un drastico cambiamento nei modelli di sviluppo economico e di vita e del bilancio dell’energia, attualmente caratterizzato dal massiccio ricorso ai combustibili fossili. Negli ultimi decenni l’innovazione tecnologica e organizzativa applicata al sistema produttivo, ha portato ad un divario crescente tra produttività e capacità di assorbimento da parte del mercato globale, anche a causa della politica dei bassi salari. Da qui lo spostamento dei capitali verso la finanza considerata più remunerativa degli investimenti produttivi, ma anche il consumo accelerato di ambiente e di risorse e la precarizzazione del lavoro, poiché la competizione internazionale, con e tra le economie emergenti, si è concentrata sulla riduzione di tutti i costi di produzione. Allo stesso tempo queste emergenze evidenziano la necessità di mutamenti radicali e rappresentano una straordinaria opportunità per restituire all’innovazione tecnologica un ruolo di vettore della produzione di qualità.
La necessità di rimodellare le finalità e l’organizzazione produttiva alla luce di queste emergenze apre una prospettiva di economia sostenibile che, nel dare risposta ai problemi del clima e dell’energia, progressivamente sposti una parte crescente delle produzioni su attività che, per il loro carattere di servizi alla collettività, non si prestino a meccanismi distruttivi.
Queste caratteristiche sono presenti nella green economy, che spazia dalle energie rinnovabili alla riqualificazione urbana, all’agricoltura pulita (il rifiuto degli Ogm, lo sviluppo del biologico, la valorizzazione della filiera corta), alla ristrutturazione delle produzioni con un uso più efficace delle risorse fisiche e il disinquinamento dei processi produttivi, alla ristrutturazione delle reti dei trasporti, all’istruzione e alla salvaguardia della salute. Dunque consente il passaggio dalla produzione di una quantità sempre crescente di merci destinate al mercato, alla produzione di qualità della vita, col rilancio della buona e piena occupazione e del ben vivere per tutti.
La riappropriazione della qualità della vita attraverso il governo del territorio, delle infrastrutture, dei beni pubblici di uso collettivo e di quelli di interesse culturale e ambientale, del ciclo alimentare e di quello dei rifiuti, rappresenta un’opzione strategica per tessere una fitta rete di alleanze sociali tra ampie fasce di ceti medi e proletari impoveriti dalla crisi, e quindi ricomporre ciò che lo sviluppo del capitalismo degli ultimi decenni ha frammentato.
Per raggiungere questi obiettivi è necessario dotarsi di nuove politiche di programmazione economica che sappiano combinare investimenti pubblici (in capitale umano, infrastrutture ecocompatibili e servizi alla popolazione) con politiche di incentivazione selettiva della produzione di qualità, rivolte precipuamente alla piccola e media impresa, che in un quadro di alleanze sociali fornisca l’accesso al credito e agli aiuti per all’innovazione tecnologica solo a chi salvaguardi l’occupazione, lo status giuridico e la salute dei lavoratori.
Infatti non tutti gli interventi pubblici sono positivi, come quelli che progettano grandi e inutili opere, o si limitano al salvataggio delle banche. L’intervento pubblico va indirizzato alla universalizzazione e alla democratiz­zazione degli istituti del welfare, quali la sanità, l’istruzione e la conoscenza, la previdenza, non solo per soddisfare i diritti dei cittadini ma anche per mettere in moto circuiti economici positivi. L’intervento pubblico è indispensabile per salvaguardare i beni comuni, non solo quelli naturali, come l’acqua, l’aria, la terra, ma anche quelli che sono il frutto dell’ingegno umano, come i farmaci essenziali o le reti di comunicazione e più in generale la cultura.
Oggi è necessario anche un’intervento pubblico diretto nell’economia produttiva, in quei settori innovativi e ricchi di potenziale occupazione che non creano profitti a breve ma costruiscono nel tempo una ricchezza per tutta la società. Questo significa qualificare la spesa pubblica, liberarla dagli sprechi e farne il volano di una nuova economia. Il che in Europa richiede il superamento degli anacronistici vincoli di Maastricht e la sostituzione del vecchio Pil con nuovi indicatori che mettano in luce i reali avanzamenti della vita civile e della valorizzazione dell’ambiente.

3 La crisi economica italiana

Negli ultimi quaranta anni l’Italia ha progressivamente abbandonato le produzioni con più alto livello tecnologico (elettronica, chimica, farmaceutica) in controtendenza con altri paesi europei.
La crisi attuale ha aggravato il preesistente declino dell’Italia, che si manifestava già con le retribuzioni più basse dei paesi dell’Europa a 15 e con risibili investimenti pubblici e privati in ricerca, scuola, università e formazione; prima della crisi il nostro era già un paese caratterizzato dall’assenza di una politica industriale, con un modello di specializzazione produttiva in affanno e da innovare, con un mercato del lavoro frammentato e una precarizzazione del lavoro che cresceva a ritmi molto sostenuti, soprattutto tra i giovani e le donne, con l’assenza di un sistema di ammortizzatori sociali universale e di reddito sociale; con l’accresciuta divisione tra Nord e Sud, con una grande economia sommersa e il lavoro nero utilizzato come suo asse portante, con una sanità pubblica costosa e spesso inefficiente, e infine con una cultura dell’illegalità diffusa e incentivata da condoni e misure ad personam.
Il governo italiano, anche sotto la pressione di Confindustria, negli anni scorsi ha pensato di utilizzare questa fase per modificare i rapporti di lavoro in senso autoritario, per giustificare l’ulteriore riduzione della protezione sociale e rendere permanente e funzionale la precarietà, per dividere il Sindacato (in particolare isolare la Cgil) negare l’autonomia contrattuale, aggredire il contratto nazionale a favore della contrattazione individuale. L’Italia è il paese che ha speso meno in materia di interventi diretti a contenere la crisi, al di sotto dell’1% del Pil. Questa politica ha finito per penalizzare anche le piccole e medie imprese e i punti di qualità e eccellenza del sistema produttivo italiano, quindi il sistema-paese nel suo complesso.
Senza una vera e propria rivoluzione culturale e radicali cambiamenti della politica economica, corriamo il rischio di uscire dalla crisi, se si uscirà, con un paese più frammentato e diseguale e con un arretramento di oltre dieci anni nel livello delle condizioni di vita.
Dunque una situazione drammatica, resa più dura dal vuoto di adeguati servizi sociali. Al contrario, la ricostruzione della coesione sociale passa anche attraverso un’attenta rivisitazione dei servizi sociali, anche inventando forme di controllo, nuclei di valutazione che coinvolgano i cittadini, dimostrando concretamente che lo stesso servizio può funzionare meglio se non gestito dai privati. Spesso infatti dietro l’inefficienza del pubblico si celano i costi della politica. La spregiudicata esternalizzazione dei servizi, senza tutela dei lavoratori, ma senza garantire neppure la qualità delle prestazioni, ha aperto le porte anche alla delinquenza organizzata.

Alcune Proposte

1 La pace prima di tutto

Il mondo

La pace è ancora la questione fondamentale del nostro tempo. Infatti caratteri essenziali dell’attuale sistema di governo dell’economia sono l’ininterrotta moltiplicazione di guerre e conflitti, l’avvitarsi della spirale guerra-terrorismo, il diffondersi di razzismi e fondamentalismi contrapposti e i rapporti iniqui tra i popoli del mondo instaurati dal colonialismo e fin qui perpetuati.
L’attuale modello economico-sociale delle relazioni internazionali si basa sull’uso della forza per imporre strategie di potere e pratiche di sistematica spoliazione che hanno affamato i popoli e messo in pericolo la stessa esistenza del pianeta. Un modello di sviluppo alternativo ai guasti del capitalismo neoliberista deve fondarsi sul rifiuto della guerra quale mezzo per attuare una nuova accumulazione, privatizzare beni comuni, sopperire alla scarsità delle attuali fonti energetiche e delle altre risorse naturali.
Le basi materiali e i presidi di autodifesa dell’attuale ordine mondiale sono la guerra, il saccheggio delle risorse, il controllo geopolitico delle zone strategiche, le spese connesse allo strapotere dell’industria militare e la produzione di sofisticatissime tecnologie che spesso orientano in una direzione bellica la ricerca scientifica, la militarizzazione dei mari e dei loro abissi, dello spazio, del cielo e della terra.
Questa cultura di spoliazione persegue in tutto il mondo la privatizzazione dei beni comuni e l’aggressione agli equilibri dell’ecosistema pianeta. Questa cultura ha portato i paesi dell’Occidente a rispondere con la guerra – addirittura mascherata da esportazione di democrazia oppure da lotta al terrorismo – alla scarsità delle attuali fonti energetiche e delle altre risorse del pianeta.
Il primato degli Usa nel mondo è fortemente scosso dai processi di crisi che abbiamo descritto e il baricentro del sistema economico mondiale si sta spostando verso la Cina. E’ decisivo che al quadro precedente non si sostituisca un duopolio o un nuovo sistema oligarchico. E’ decisivo che questa transizione avvenga in modo pacifico. Per questo bisogna garantire nuove relazioni politiche e economiche tra i paesi improntate alla pace e alla cooperazione, nel rispetto delle differenze culturali, affrontando e risolvendo il problema della fame nel mondo, un vero crimine di fronte alla enorme capacità produttiva a livello globale.
Per noi la pace è un valore assoluto e imprescindibile, non solo alternativa alla guerra ma costruzione di una società più giusta. La nonviolenza è l’altra faccia di questo valore, non un semplice codice di comportamento, ma una critica radicale del potere e una idea guida di società, anche se per alcuni di noi questo implica una decisa svolta rispetto alla proprio formazione politica.
L’Europa che vogliamo
La pace, la non-violenza e la cooperazione internazionale vanno perciò immediatamente rilanciate da politiche europee di disarmo, denuclearizzazione, riduzione delle spese militari, smantellamento di basi cosiddette “difensive”, quale quella di Vicenza, abolizione di pratiche di “scambio ineguale” con i Paesi più deboli e loro coinvolgimento in progetti comuni di sviluppo delle energie rinnovabili, nel riconoscimento della pari dignità di ognuno.
L’Europa che vogliamo è assai diversa da quella fin qui costruita. Un’Europa del lavoro, dell’ambiente, dei diritti, della pace. Siamo contro l’Europa fortezza e consideriamo il rapporto con i migranti un tema che ne qualifica la civiltà. Per questo l’Europa deve aprire le sue frontiere e consentire la libera circolazione delle persone, anche per garantire il diritto alla ricerca di lavoro. Siamo per un’Europa che lavora a un nuovo ordine mondiale multipolare. Vogliamo che l’Europa diventi una potenza civile, non militare.
E’ necessario che l’Europa assuma un ruolo di pace a partire dal Mediterraneo, per la soluzione del conflitto israelo-palestinese, per la fine di guerre devastanti e inutili come quella lunghissima in Afghanistan, cui il nostro paese può dare un contributo solo con il ritiro delle proprie truppe e promuovendo una conferenza di pace sotto l’egida dell’Onu. Va riproposto con forza il superamento della Nato (è finita la divisione del mondo in blocchi contrapposti) senza ricadere nella scelta della formazione di un esercito europeo.
L’immigrazione costituisce oggi un terreno di sfida per la sopravvivenza e il rilancio in termini attuali della cultura e della stessa civiltà giuridica del vecchio continente. Occorre una cultura della contemporaneità all’altezza dei problemi del mondo globale, che rompa radicalmente non solo con razzismo xenofobia e intolleranza ma con le concezioni puramente strumentali o meramente benevole e tolleranti con cui si guarda all’immigrazione. L’Europa, a partire dall’Italia, dove il problema ha assunto caratteri dirompenti, deve essere concepita come lo spazio per costruire una nuova cittadinanza globale, che sappia coniugare la differenza delle culture che abitano i paesi europei con il principio basilare dell’uguaglianza e iscriva nella pienezza dei diritti civili, sociali e politici, con regole certe, le donne e gli uomini che vengono dal mondo dell’immigrazione. Per far questo bisogna istituire il diritto di cittadinanza di nascita, ampliare il diritto d’asilo e riconoscere i diritti di voto ai migranti residenti.

2 Ridare valore e dignità al lavoro

La svalorizzazione del lavoro è stata sistematicamente perseguita in questi decenni, con la rottura unilaterale di quel compromesso, frutto delle lotte fra lavoro e capitale, che nei paesi avanzati aveva caratterizzato gran parte del secolo scorso. Più colpiti sono i cosiddetti soggetti deboli: precari, giovani, donne (che vedono accrescere una discriminazione mai sconfitta), migranti, lavoratori più “anziani” che ben difficilmente ritroveranno collocazione. A ciò si aggiungono le questioni scandalose della sicurezza sul lavoro e della salubrità dei luoghi di lavoro. Un ulteriore piaga sociale è l’estensione in forme nuove del caporalato, principalmente nell’agricoltura e danno dei migranti.
Le prime misure urgenti sono il blocco dei licenziamenti e la riforma, l’allargamento e il finanziamento degli ammortizzatori sociali. Ma questo non basta se non si garantisce un reddito – con l’istituzione di una retribuzione sociale o reddito minimo garantito – per affrontare la crescente disoccupazione e il precariato, nel quale si è tradotto il mito della flessibilità, a cui anche parte della sinistra aveva creduto.
La frammentazione e la contrapposizione oggi presenti nella società e nel mondo del lavoro richiedono una profonda riforma del diritto del lavoro, in particolare cancellando le normative che favoriscono il precariato, come la cosiddetta legge 30 (e i successivi decreti), ribadendo che la forma normale è il rapporto di lavoro a tempo indeterminato e l’eccezione quella a tempo determinato. Bisogna porre fine alla finzione dei vari collaboratori a tempo determinato che dipendono da un unico committente. La strada che vogliamo percorrere è esattamente contraria all’attuale. Si tratta cioè di ricomporre il mondo del lavoro, di estendere e rendere universali i diritti, a cominciare dallo statuto dei diritti dei lavoratori, di tutelare allo stesso livello il lavoro dei migranti.
L’innalzamento delle retribuzioni e delle pensioni, indispensabili per rilanciare la domanda interna e migliorare la qualità della vita deve essere perseguita con la libera contrattazione (per la quale è decisiva la difesa del contratto nazionale di lavoro) e con la determinazione di minimi pensionistici dignitosi. Ma per raggiungere questa meta è indispensabile una profonda riforma fiscale, particolarmente urgente nel nostro paese dove la tassazione delle rendite finanziarie è la metà di quella europea, spostando il peso del prelievo dal lavoro alla rendita e incrementando la fascia esente. A livello internazionale l’introduzione della Tobin tax sui flussi di capitali speculativi, pur con una minima aliquota, potrebbe costituire un fondo per interventi ambientali e sociali.
Il dramma dei morti, degli incidenti sul lavoro e delle malattie professionali va interrotto non solo applicando rigorosamente le normative in materia (europee e italiane), ma combattendo la precarietà, che di per sé è fonte di abbassamento delle tutele, intensificando e rendendo efficaci i controlli e aumentando poteri dei vari referenti alla sicurezza e alla qualità del lavoro.
La rivalorizzazione del lavoro non può essere conquistata se non si stabiliscono e applicano, anche per legge, regole democratiche sulla rappresentanza sindacale, che comprendano il diritto dei lavoratori a pronunciarsi con voto segreto sugli accordi e se non si impone il diritto di informazione sulle scelte strategiche delle imprese. Nel settore pubblico va perseguita finalizzando il lavoro della Pubblica amministrazione al soddisfacimento dei bisogni sociali, alla democratizzazione e alla universalizzazione dei servizi sociali che, se sottoposti a un reale controllo da parte degli utenti, potranno dimostrare di essere competitivi anche sul piano della qualità rispetto a quelli privati.
La rivalorizzazione del lavoro riguarda anche il lavoro autonomo, che va difeso e protetto, specialmente nelle sue forme più precarie. Il lavoro autonomo nell’artigianato e nelle piccole imprese va anche tutelato, soprattutto per quanto riguarda la semplificazione delle pratiche burocratiche, l’accesso alla innovazione tecnologica e in particolare al credito. Guardiamo alla piccola impresa con la consapevolezza di riconoscere ad essa un ruolo positivo, ma in un quadro chiaro di regole e di finalità sociali.

3 Salvare l’ambiente

La riappropriazione della qualità della vita comporta un mutamento radicale del rapporto con la natura e le sue risorse, nell’uso del territorio, nell’approvvigionamento e nel consumo di energia. Sono obiettivi che comportano il cambiamento dei nostri stili di vita. Perciò non sono demandabili solo alle politiche di buon governo, ma vanno direttamente praticati e va curata la formazione dei cittadini in questo senso.
Bisogna fermare l’uso distruttivo del territorio, la cementificazione del suolo, ripensare la mobilità dei passeggeri e delle merci che non sono affatto favorite dalla semplice moltiplicazione delle strade extraurbane (gli attuali 400.000 km di strade extraurbane non impediscono le strozzature). La questione della mobilità è un tema decisivo, visto che ormai la maggioranza dell’umanità vive nelle città.
Le grandi opere che noi proponiamo come prioritarie, a differenza di quelle volute dai governi neoliberisti e dalle grandi imprese, riguardano la difesa del suolo dalle frane, il contenimento senza cementificazione delle acque, grandi progetti di intervento antisismico, la bonifica dei siti inquinati, la diffusione delle iniziative di riciclo e smaltimento appropriato dei rifiuti, la messa in sicurezza e la valorizzazione del patrimonio paesaggistico, storico e culturale che nel nostro paese rappresenta una ricchezza invidiabile e da gestire con amore.
Nel campo dell’energia questo vuol dire sostenere la decisione dell’Unione Europea di attuare entro il 2020 la riduzione del 20% delle emissioni di CO2 mediante la riduzione del 20% dei consumi previsti, soprattutto applicando tecnologie più efficienti, e il ricorso per il 20% a fonti pulite e rinnovabili. Tale cifra può e deve essere portata in Europa da subito al 30%, se si realizza un accordo a livello mondiale sui “tre venti”, così come già votato dal parlamento europeo. E’ giusto infatti che siano i paesi industrialmente più sviluppati, che più di altri hanno sfruttato le risorse del pianeta, ad accollarsi il compito di salvarlo.
In Italia questo significa anche annullare la decisione del governo della destra di ritornare ai reattori nucleari, proprio quando questa tecnologia appare in crisi in tutto il mondo (nel nostro paese sarebbe oltretutto un’operazione del tutto antieconomica) e incapace a tutt’oggi di risolvere in maniera soddisfacente il tema dello smaltimento delle scorie, specialmente su un periodo di centomila anni. E’ invece necessario fare passi in avanti nella ricerca fondamentale sui problemi energetici.

4 La democrazia e i diritti: laicità, difesa della Costituzione, partecipazione, lotta alle mafie.

Dalla esperienza del passato abbiamo appreso che non può esserci libertà senza uguaglianza, ma è del pari impossibile avere uguaglianza senza libertà individuale e collettiva, altrimenti è inevitabile dare vita ai privilegi di odiose caste burocratiche. La garanzia dei diritti di libertà, in una società diseguale come la nostra, è necessaria affinché tutti possano vivere con dignità la propria esistenza.
L’affermazione dei diritti di cittadinanza per tutti e l’universalità dei diritti fondamentali – così come sono chiaramente riaffermati nella stessa Carta dei Diritti dell’Unione Europea – comporta la conquista piena dell’accesso certo ed efficace alla tutela della salute, all’istruzione e alla cultura, la realizzazione piena delle pari opportunità, la sconfitta di ogni forma di razzismo, di xenofobia, di omofobia, di antisemitismo, di discriminazione culturale e religiosa. Dobbiamo difendere ed estendere i diritti della persona, riconoscendo il principio che la vita è di chi la vive (testamento biologico). Gli stili di vita, le scelte procreative, gli orientamenti sessuali vanno rispettati e riconosciuti. L’attuale legge sulla procreazione assistita deve essere abrogata, le unioni civili vanno riconosciute. La laicità è un cardine della democraticità delle istituzioni ma anche dei diritti dei cittadini.
In Italia
Oggi in Italia si può parlare di una nuova emergenza democratica: le riforme elettorali più recenti hanno indebolito gli strumenti della partecipazione, hanno favorito la rinascita di pericolosi fenomeni di populismo autoritario, mentre la Carta costituzionale appare sempre più esposta ad attacchi anche da parte di esponenti delle istituzioni. Siamo di fronte ad una regressione democratica che intreccia la crisi della politica, la caduta di autorevolezza dell’etica pubblica, lo svuotamento delle istituzioni, ma anche l’impoverimento della democrazia sindacale e della partecipazione popolare. La particolare aggressività dell’attuale governo delle destre e l’accanimento nella difesa degli interessi dei suoi uomini più rappresentativi, hanno provocato una pericolosissima crisi nei rapporti tra le istituzioni, come non si conosceva dalla nascita della Repubblica, che può degenerare in un sistema compiutamente autoritario.
La piena realizzazione della nostra Costituzione, ancora largamente inattuata e tutt’altro che obsoleta, è un compito fondamentale. La migliore difesa della democrazia sta nella sua pratica continua, intrecciando le forme della democrazia diretta (nei luoghi di lavoro, di studio, nelle istituzioni del welfare) con quelle della democrazia delegata (leggi elettorali proporzionali, libera scelta dei candidati, poteri e buon funzionamento del parlamento).
Nell’attuale quadro di generale decadimento della vita pubblica, di perdita del senso del servizio ai cittadini, le istituzioni tendono a trasformansi in comitati di affari e si creano spazi per i rapporti con la criminalità organizzata. La lotta alle mafie non può quindi essere soltanto una questione di polizia, o, come si è sempre detto, di intervento sociale, ma deve essere anche una rigorosa riaffermazione del senso pieno delle istituzioni e della democrazia, che non può essere separata dalla questione morale.
Lo scenario Internazionale
Anche nello scenario internazionale è evidente la gracilità e la crisi della democrazia. Le grandi istituzioni economiche, come il Fondo monetario internazionale, la Banca mondiale e l’Organizzazione mondiale del commercio in particolare, hanno dimostrato di essere o strumenti al servizio delle politiche neoliberiste che hanno prodotto la crisi o del tutto inefficaci. Il moltiplicarsi dei vari G2,G8, G20 riproduce la tendenza all’oligarchia nel governo del mondo, mentre continua la crisi dello stato-nazione, sempre più ridotto ad allocatore di capitali, mentre si rafforzano le forme di governo, a volte occulte, delle multinazionali e dei potentati finanziari.
Va quindi rilanciato il ruolo dell’Onu, attraverso una riforma della composizione e della funzione del consiglio di sicurezza, che non può essere appannaggio delle potenze vincitrici di una guerra di oltre sessanta anni fa, né essere paralizzato dal diritto di veto. Nell’Onu, oltre al potenziamento dei compiti storicamente assegnati, vanno riportate altre essenziali funzioni, come il governo del commercio. Il ruolo degli altri organi economici va indirizzato verso la cooperazione e la diminuzione delle disuguaglianze. Vanno ristabiliti i principi di una stabilità monetaria, per eliminare una delle cause più frequenti delle crisi.
In Europa è urgente la ridiscussione dei vincoli di Maastricht, la democratizzazione del processo di costituzionalizzazione e il riequilibrio dei poteri tra Parlamento e commissione europea, a favore del primo che è un organo elettivo.
Per evitare la supremazia dei paesi più forti e la creazione di un’Europa a due velocità, bisogna attuare una corretta politica di cooperazione e coinvolgere i paesi delle aree più deboli in progetti comuni, volti ad eliminare con interventi strutturali le diseguaglianze tra i popoli (ad esempio “Il piano solare Mediterraneo”) riconoscendo a tutti la pari dignità e uscendo per sempre dalla pratica dello scambio ineguale.

5 L’istruzione pubblica è un diritto fondamentale

Un punto chiave per uscire dalla regressione economica e civile è la creazione di un sistema efficiente di formazione scolastica di base. Esso fa parte dei diritti di cittadinanza ed è un fondamentale fattore di mobilità sociale. Per questo deve essere organizzato nella struttura pubblica. Esso costituisce la base per una ristrutturazione dell’università e della ricerca assolutamente necessaria per accompagnare e sostenere la trasformazione della società. Oggi è in atto un processo teso a favorire privatizzazioni della scuola e dell’università, entro un quadro normativo che non garantisce, al di fuori della struttura pubblica, la libertà d’insegnamento e ricerca e che, dunque, non è in grado di produrre alcun effetto di eccellenza nell’ipotetica competizione tra operatori di diversa natura giuridica (spesso la competizione, se non regolamentata, viene fatta al ribasso).
La scuola pubblica ha un ruolo essenziale nel formare i giovani, nel trasmettergli i valori e le conoscenze, nel formare il loro spirito civico e critico. Una scuola di qualità ha bisogno d’insegnanti ben preparati, motivati, giustamente retribuiti e con i mezzi necessari per svolgere al meglio i loro compiti. La formazione non può essere circoscritta ad un solo periodo della vita, ma deve diventare permanente per garantire l’aggiornamento culturale e professionale dei cittadini ed il comparto pubblico dell’istruzione deve altresì svolgere la funzione di riqualificare la mano d’opera ingiustamente espulsa dal mercato del lavoro, onde consentirle nuove e appropriate opportunità di inserimento.
Il diritto allo studio va aiutato rimuovendo le cause sociali che lo inibiscono, sia attraverso forme di sostegno al reddito degli studenti post-obbligo, sia garantendo forme di partecipazione effettiva alla gestione dell’organizzazione e della vita scolastica.
Bisogna investire sul futuro, promuovendo nei fatti la ricerca, in particolare quella di base, quindi con un incremento di spesa pubblica che è particolarmente bassa nel nostro paese. Bisogna iniziare con il rispettare gli impegni presi con il trattato di Lisbona ovvero arrivare al tre percento del PIL investito in ricerca e sviluppo (adesso stiamo poco sopra l’1 per cento).

6 La libertà e l’indipendenza dell’informazione e della cultura sono l’essenza della moderna democrazia

Il monopolio dei canali privati d’informazione televisiva, a cui è legata anche buona parte della carta stampata, il controllo politico dei mezzi di comunicazione pubblici (sistema radio-televisivo) e il monopolio del sistema di raccolta pubblicitaria, che pone sotto ricatto implicito la stampa indipendente, contribuiscono in modo determinante allo svuotamento della pienezza dei diritti costituzionali, ostacolando la pluralità e l’indipendenza dell’informazione.
Questo sistema, in Italia accentuato da un clamoroso ma irrisolto conflitto di interessi, permette infatti di influenzare fortemente l’opinione pubblica, fissando l’agenda e indicando di volta in volta i protagonisti e gli antagonisti, siano essi partiti, parti della società o singoli soggetti.
Il contributo dello Stato ai piccoli giornali è cruciale per mantenere quel poco di pluralismo che ci è rimasto e non a caso vuole essere fortemente ridotto e snaturato da questo governo.
E’ necessario quindi affrontare i problemi ormai pluridecennali delle normative antitrust e stabilire l’incompatibilità tra incarichi pubblici e gestione di mezzi di comunicazione, puntando contemporaneamente a potenziare accesso e pluralismo d’offerta, con uno sguardo particolare ai nuovi mezzi di comunicazione. Nello stesso tempo, essendo la conoscenza un bene comune, vanno garantiti i finanziamenti pubblici per l’esercizio dei diritti culturali, così come va sostenuto il software libero e radicalmente mutate le norme sul copyright e sulla brevettazione.
In questo modo si possono rendere effettive le potenzialità democratiche insite nelle nuove forme di comunicazione. Il web 2.0 infatti non solo presenta resistenze maggiori ai tentativi di controllo verticale, ma permette anche una circolazione di informazioni a carattere bidirezionale, contribuendo così ad aumentare la conoscenza e la trasparenza.

7 La giustizia e la legalità sono un diritto

Uno Stato che voglia essere una casa per tutti i cittadini deve amministrare la giustizia in modo efficace. Nel nostro paese questo non avviene anche perché il governo e l’attuale maggioranza parlamentare identificano la riforma della giustizia con la protezione dell’attuale Presidente del Consiglio. Abbiamo bisogno di una riforma della giustizia che permetta, insieme, il massimo di garantismo, ma anche tempi certi e rapidi per l’espletamento dei processi penali e (cosa importantissima) civili.
Serve anche una depenalizzazione dei reati minori e del consumo delle droghe che porterebbe sollievo all’organizzazione dei processi e alla situazione carceraria che è al di là di ogni sopportazione. Bisogna riprendere la battaglia contro l’ergastolo, in nome di una concezione non afflittiva della pena, che deve invece essere finalizzata al recupero del cittadino alla vita civile. Siamo infatti per la difesa della “legge Gozzini” che attua il principio costituzionale del recupero della persona alla vita civile.
Il tema della sicurezza dei cittadini, cavallo di battaglia di tutte le destre, deve invece essere reso efficace in tutti i suoi aspetti, dalla prevenzione e repressione della grande criminalità al controllo democratico del territorio, dalle politiche di inclusione sociale e di accoglienza al perseguimento della tranquillità sociale e di una ragionevole certezza del proprio domani.
Dobbiamo anche fare fronte a nuove invasioni di criminalità organizzate, in concorrenza o in accordo, con le analoghe formazioni storicamente radicate nel nostro Paese (come la Mafia, la Camorra, la ‘Ndrangheta) e questo può essere fatto solo potenziando la tutela e l’accoglienza del singolo migrante, che spesso viene praticamente ridotto in schiavitù

Caro Bobbio Natale

Invitiamo i cittadini di Castellammare di Stabia a festeggiare insieme il Bobbio Natale.
"Dopo 20 mesi di ritardi, negligenze, bugie e inettitudini politico-amministrative abbiamo deciso di introdurre una nuova festività natalizia:
IL BOBBIO NATALE.
E' un modo simpatico e goliardico per mostrare alla città i tanti regali, o meglio "pacchi", che Bobbio Natale e i suoi coraggiosissimi folletti hanno fatto alla città. Non
temete però :non intendiamo farvi regali mettendo le mani nelle vostre tasche, a questo già provvede Bobbio Natale donando penne e panettoni a consiglieri e dipendenti comunali.
La prima giornata ha riscosso successo: numerosi i cittadini che hanno voluto partecipare a tale iniziativa,esprimendo le loro amarezze sull'amministrazione comunale di questa città.
Quindi vi invitiamo al secondo appuntamento,
portando una letterina da indirizzare al nostro egregio sindaco con su scritto tutto quello che si vorrebbe per la città. Presto pubblicheremo i contributi più significativi sperando che Bobbio Natale non ci ignori.

Vi terremo aggiornati.
BUONE FESTE DA SEL




BOICOTTAGGIO AL FORUM DEI GIOVANI IL 12/12/011

Il 12/12/011

A Castellamamre Di Stabia avrebbe dovuto svolgersi, presso il palazzetto del mare,il Forum dei Giovani (organismo di partecipazione che si propone di avvicinare i giovani alle Istituzioni e le Istituzioni al mondo dei giovani),
ma ai giovani stabiesi viene vietato l'ingresso com due auto dei vigili urbani e due auto della polizia, su ordine del Sindaco.
La delusione diventa rabbia di fronte all'ennesimo attentato alla democrazia e boicottaggio alle iniziative politiche giovanili,posti in essere dall'ex senatore Luigi Bobbio .Le accuse vengono lanciate anche all'assessore alle politiche giovanili Coppola.
SIAMO SCONCERTATI !

I giovani di SEL

Castellammare - Casa del Fascio, giovani SEL: "Contenti del bando, meno delle bugie di Bobbio"

In una nota affermano: "Ottimo il tentativo di arrampicarsi sugli specchi, ma le balle sono evidenti".

"E' con un sospiro di sollievo che accogliamo la notizia dell'affidamento dei lavori per la restaurazione del ex Casa del Fascio che verrà adibita come biblioteca comunale, e che potrà essere realizzata grazie al lavoro della precedente Amministrazione che ha consentito di reperire, attraverso i fondi del Più Europa, le risorse necessarie a realizzare questo importante progetto. Si tratta di un'opera attesa dai giovani stabiesi che hanno tutto il diritto di avere spazi adeguati dove studiare e sviluppare la loro creatività". Così in una nota scrivono i Giovani Sinistra Ecologia Libertà di Castellammare di Stabia, commentando la notizia diffusa ieri dall'amministrazione comunale circa l'affidamento dei lavori alla ex Casa del Fascio.
"Apprendiamo inoltre le ulteriori motivazioni che hanno determinato i gravissimi ritardi nella realizzazione dell'opera - sottolineano - e cioè : "Un percorso non libero da difficoltà che l'Amministrazione comunale ha saputo neutralizzare con grande efficacia e lungimiranza, tenuto conto che se i lavori fossero stati aggiudicati appena l'anno scorso, non avremmo potuto far affidamento sui contributi regionali, a seguito dello sforamento del patto di stabilità" o almeno così sostiene il nostro Bobbinocchio" accusano i giovani di SEL.
"Ottimo il tentativo di arrampicarsi sugli specchi, ma le balle sono evidenti" accusano ancora elencando i seguenti punti:
  • Nella determina di sospensione del bando nella quale debbono essere indicate le motivazioni si fa soltanto riferimento alla volontà di approfondire la visione strategica che anima questo intervento (determina già di per se invalida visto che le sospensioni possono essere fatte solo per gravi ragioni e non per questioni di opportunità politica);
  • Lo stesso Bobbinocchio in risposta alle nostre precedenti contestazioni ribatte che vi era la necessità di effettuare un controllo su tutti gli atti amministrativi viste le risultanze della commissione d'accesso (che comunque non facevano alcun riferimento al bando in questione);
  • Anche un membro della sua giunta, l'assessore Strianese, dichiarò in riunione plenaria del Forum dei Giovani di Castellammare che il bando era stato sospeso per effettuare un controllo di legalità sullo stesso, controllo espletato senza riscontrare alcuna illegalità.
"Insomma - proseguono i giovani di SEL - efficacia e lungimiranza un corno. La questione non è mai stata il patto di stabilità,ne tutte le altre balle addotte fino ad ora, ma la volontà di mettere la propria firma si di un progetto non realizzato da questa amministrazione, giocando quindi sulle attese e le speranze dei giovani di Castellammare per ottenere meriti non propri. Insomma a Bobbinocchio è nuovamente cresciuto il naso. Gli consigliamo quindi di dire la verità: Sono politicamente incapace, incoerente e sfacciatamente bugiardo".
"Insomma - concludono rivolgendosi a Bobbio - Sindaco sappiamo che lei ritiene di poter governare la città fumando il sigaro e tenendo l'altra mano comodamente in tasca, utilizzando quindi i soli piedi, ma vede noi riteniamo che sia arrivato il momento che lei spenga il sigaro, tolga le mani non dalle tasche ma dal futuro di questa città e utilizzi immediatamente i piedi per andarsene da Castellammare prima che affondi definitivamente per colpa della sua inettitudine politica e amministrativa".



Articolo di STABIACHANNEL.IT

ADESSO BASTA

Il sindaco Bobbio e la sua maggioranza ignorano i problemi della città e non rispettano la volontà degli stabiesi!

- Questo centro destra sperpera centinaia di migliaia di euro l'anno in inutili consulenze al Comune e alle Aziende partecipate!
- Questo centro destra ha votato l'aumento illeggittimo della Tarsu,la tassa sulla spazzatura!
- Questo centro destra ha voluto l'aumento dell'accise Enel di 1,87 per mille kWh!
- Questo centro destra,in barba ad un netto risultato referendario che ha confermato il principio dell'acqua pubblica,continua a mantenere la GORI e vota l'aumento delle tariffe.

ADESSO BASTA,CASTELLAMMARE MERITA DI PIU'!
VOLTIAMO PAGINA....INSIEME!

I NUMERI DI BOBBIO!



Vertenze lavoro : ZERO!
Consulenze : 500.000 euro
Aumento Tarsu : + 30 %
Aumento aliquote IRPEF : + 60 %
Aumento accise energia elettrica : + 1,87 euro per mille Kilowatt
Progetti per la città : ZERO!

ADESSO BASTA







COMUNICATO STAMPA DI TILT SULLA MANIFESTAZIONE DEL 15 OTTOBRE

 

296566_2532824364219_1361826789_2936727_37873379_n“Ieri ci è stato impedito di manifestare pacificamente e gioiosamente come avremmo voluto. Siamo doppiamente indignati perchè eravamo in piazza per costruire non per distruggere”. Così Tilt, rete generazionale della sinistra diffusa che tiene dentro associazioni, movimenti e collettivi e componente del comitato organizzatore “15 ottobre”, in una nota condanna le violenze scoppiate ieri all’interno del pacifico e gigantesco corteo di Roma.

“Tilt – prosegue la nota - e tutta una generazione a cui sottraggono ogni giorno pezzi di futuro, voleva immaginare insieme alle ragazze e ai ragazzi di tutta Europa una via d’uscita alla crisi che annienta le nostra energie migliori. Abbiamo messo in scena la “via crucis” del precario, mettendo al centro quelle che per noi sono le basi dell’alternativa al modello di sviluppo corrente: reddito garantito, diritto alla casa, welfare universalistico, diritti civili, cultura come bene comune. Gruppi di violenti hanno distrutto in un solo colpo Roma e una enorme manifestazione di giovani, che sono rimasti allibiti e amareggiati nell’assistere impotenti alla deriva di guerriglia urbana”.

“Non vogliamo – concludono – che tutto questo offuschi il vero messaggio della giornata di ieri, ovvero che un’alternativa a questo sistema di sviluppo, anzi di non-sviluppo, è davvero possibile. E noi vogliamo dirlo con voce forte, chiara, che non lasci alibi a chi continua a a difendere sempre e solo gli interessi dei soliti noti, che oggi hanno avuto un grande alleato nel gruppo di violenti armati che come i peggiori vigliacchi non hanno avuto neanche il coraggio di agire a viso scoperto”.


TILT

Asharam Santa Caterina


Chi conosce L'Asharam Santa Caterina la sostiene. Questo è il presupposto da cui deve partire qualsiasi ragionamento". E' quanto affermano i giovani del centrosinistra, di SEL, del PD e della Casa del Popolo.
"Chi conosce L'Asharam e il lavoro di quei ragazzi - proseguono - sa benissimo che la politica e i partiti nella gestione di quel bene non centrano niente, e sa bene che se quella struttura esiste il merito è da attribuire tutto alla Casa della Pace e della Non Violenza che se ne è sobbarcata anche gli oneri economici".

Una posizione ferma espressa alla luce dei recenti segnali dall'allarme lanciati proprio da chi gestisce l'Asharam in cui hanno chiaramente affermato che "senza aiuti economici la struttura è destinata a chiudere".
"Chi conosce L'Asharam - prosegue la nota - conosce i problemi del centro antico e sa perfettamente il ruolo fondamentale che svolge quel presidio di legalità in quartiere complicato come quello. Chi conosce L'Asharam conosce benissimo la storia di quella struttura e sa benissimo che chiuderla non significa soltanto il venir meno di qualche servizio per gli immigrati, ma significa dare uno schiaffo

in pieno volto alla città, significa far vincere la Camorra dopo averla in un primo tempo battuta sottraendole ricchezze e facendole divenire simbolo di riscatto di una città che non vuole chinare la testa dinnanzi alla criminalità organizzata. Per tutti questi motivi riteniamo assolutamente inaccettabile il comunicato con il quale l'amministrazione ha liquidato frettolosamente la questione. Siamo convinti invece che vi sia la necessità di aprire una discussione vera volta a scongiurare il rischio chiusura.
La lotta alla camorra e la legalità è un qualcosa che non è proprietà esclusiva di nessuno, ne di una parte politica soltanto ne tantomeno di un Sindaco arrogante che predica bene ma razzola male. L'Asharam Santa Caterina deve divenire vertenza sociale e per far questo vi è la necessità di avere il contributo di tutti. Invitiamo quindi tutte le forze giovanili presenti sul territorio ad avviare nell'immediato un percorso unitario volto a sostenere l'Asharam ed a mettere in campo qualsivoglia iniziativa volta a sensibilizzare la cittadinanza e le istituzioni. Chi conosce l'Asharam Santa Caterina la sostiene e noi chiediamo che ognuno faccia la propria parte"



I GIOVANI DI SEL

Comunica su registro UNIONI CIVILI

Comunicato su Registro Unioni Civili

Il 4 agosto di quest'anno l'assessore D'angiò dichiara: "Cercherò di dare voce a chi voce non ha, disponibilità, ascolto, sinergie, la politica della vicinanza e del confronto anche con gli oppositori, questi sono gli ingredienti della mia visione e della mia attività politica".
Oggi scopriamo che non aiuterà e non darà disponibilità ai ricchioni, o gay, per meglio dire. Insomma, da "cattolica moderata" ci sembra giusto che escluda i gay, e magari poi sarà giusto escludere le sgallettate bionde dagli occhi azzurri perchè per l'accezione comune, si sa, sono stupide e magari pure facili. Saranno esclusi forse anche le donne in minigonna, scandalose, e i precari, che in fondo una famiglia non se la possono permettere, dunque non hanno voce in capitolo. I quarantenni single e le donne in pelliccia che fumano e non pregano. I ragazzini che fanno chiasso e hanno un quoziente intellettivo troppo basso per diventare qualcuno nella vita.
Elimineremo i figli degli altri, quelli che pregano Allah e Buddha, e quelli che si grattano se vedono un gatto nero che gli attraversa avanti. Potrebbero mettere una x sugli intelligenti che non la pensano come noi, e sugli stupidi pure, perchè non solo non pensano, ma seguono gli altri, lo stesso. E dunque sfiga
Insomma speriamo di averle dato qualche spunto per vincere la gara “Chi la spara più grossa al comune di Castellammare di Stabia”.
Vede assessore la sua posizione mostra tutti i limiti di un paese bloccato, che non comprende che la crescita di una comunità non passa soltanto per le manovre economiche ma riguarda la capacità di liberare energie, accrescere il campo dei diritti, scommettere sui talenti, la creatività e non privilegiare caste e corporazioni. Sono necessarie misure non di tutela ma di promozione ed è in questo quadro che devono iscriversi interventi volti ad estendere le libertà individuali e prendere atto delle trasformazioni che hanno profondamente mutato la nostra società.
Le differenze sono una risorsa e poi diciamocela tutta, equiparare le coppie eterosessuali alle coppie omosessuali nulla toglie a chi questi diritti li vede già riconosciuti e la libertà di questi ultimi non si riduce, ma anzi la politica prende semplicemente atto di una situazione già esistente ma priva di diritti e tutele
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Giovani Sinistra Ecologia Libertà

i giovani stabiesi uniti per fincantieri

I GIOVANI STABIESI UNITI PER FINCANTIERI

fincantieriprotestaTutti noi giovani stabiesi mai come in questo periodo storico , andando oltre le divisioni politiche , dobbiamo sentirci partecipi del vero e proprio dramma che migliaia di nostri concittadini stanno vivendo a causa dell'annunciata chiusura dei cantieri navali.
Se chiude la Fincantieri muore un pezzo vitale di Castellammare , della sua storia e del suo futuro prossimo.
Non si può tollerare che le conseguenze dannose dovute ad una cattiva e miope gestione aziendale vadano a gravare solo ed esclusivamente sui lavoratori , ossia i soggetti più deboli del processo produttivo.
E' inaccettabile che un'azienda pubblica come la Fincantieri s.p.a. - appartenente per il 99,33% alla Fintecna , società finanziaria di proprietà del Ministero dell'Economia - possa agire senza tener minimamente in considerazione i drammatici risvolti che la dismissione del cantiere di Castellammare produrrebbe sul tessuto socio-economico cittadino.
Il piano industriale presentato dall’azienda ignora inoltre la difficile realtà stabiese , afflitta da irrisolti e sempre più gravi problemi di disoccupazione e depredata dalla presenza prevaricatrice e parassitaria della camorra che ,in una tale situazione di crisi, trova terreno fertile per incrementare le proprie fila.
Comprendiamo il clima di drammaticità ed esasperazione che si è ingenerato nel movimento operaio a seguito dell'incontro del 23 Maggio 2011 ma invitiamo ad evitare nel modo più assoluto qualsivoglia atto di vandalismo e violenza,che non sortirebbe altro effetto se non quello di ostacolare i lavoratori in questa fondamentale e difficile vertenza.
Noi giovani stabiesi ci impegneremo con ogni mezzo a nostra disposizione affinchè venga trovata al più presto una soluzione definitiva a questo grave problema.Solidali e da sempre al fianco degli operai ci sentiamo in dovere di mostrare il nostro dissenso verso questa inaspettata decisione che, se dovesse essere attuata , segnerebbe l'inizio di una fase di declino irreversibile per Castellammare.
Chiediamo alle istituzioni competenti che lo scellerato piano industriale venga sostituito con uno nuovo in grado di rilanciare la produzione dello stabilimento,ed a tale scopo abbiamo deciso di allestire un presidio permanente fino all’incontro decisivo che le rappresentanze sindacali avranno il giorno 3 giugno con il governo e i vertici dell’azienda.
Attenderemo con ansia l’esito della trattativa presso le postazioni che saranno allestite la mattinata di giovedì in villa comunale e il pomeriggio di venerdì nell’area sottostante il Comune,sperando di poter gioire con tutta la cittadinanza alla notizia che Fincantieri non chiudera’



IL COORDINAMENTO GIOVANI STABIESI PER FINCANTIERI
Giovani Democratici
Giovani Sinistra ecologia e libertà
Giovane Italia
Giovani Popolari di Italia domani
Giovani UDC
Giovani Italia dei valori
Giovani Forza del sud
Giovani Officina Democratica
UIL Giovani
Interact Club Castellammare di Stabia
Leo Club Stabiae Plinio Seniore

Uds Gragnano
Giovani Comunisti

Giovani e criminalità organizzata

Giovani e Criminalità Organizzata


Qualche mese fa le forze dell’ordine hanno ottenuto un altro ottimo risultato in termini di lotta alla criminalità organizzata, arrestando ben dodici persone, affiliate al clan D’Alessandro. La notizia è stata accolta con entusiasmo dalla Castellammare perbene, che ha visto in questa operazione un significativo passo in avanti in quel percorso di verità che deve rappresentare il riscatto di una città che per troppi anni, e talvolta in maniera brutale,ha subito la presenza parassitica e prevaricatrice della Camorra.

Ma la gioia si trasforma presto in rammarico se con occhio attento analizziamo le cifre di questi arresti: Escludendo Belviso Senior e il reggente Beniamino Pasqua, la camorra di questa città è sorprendentemente giovane, formata da ragazzi la cui età va dai 20 ai 30 anni.
Sono queste le cifre della criminalità stabiese, che hanno fatto rabbrividire una città intera dinanzi all’ omicidio di Gino Tommasino, e che ci hanno portato in questi ultimi due anni ad avere cosi tanta sete di verità da non far quasi caso a questi numeri.
Eppure sono cifre che nella drammaticità della fase storica che stiamo vivendo, e cioè una crisi lavoro senza precedenti, dovrebbero imporre alla politica e alle istituzioni la necessità di intraprendere una riflessione vera sul futuro delle giovani generazioni di una città del profondo sud come Castellammare dove chi è sfortunato può scegliere soltanto due strade: arruolarsi nel esercito o affiliarsi al clan.
Inutile girarci intorno, la politica deve ricercare le soluzioni e dare il buon esempio, soprattutto quando si ha la responsabilità di governare. Le parole d’ordine devono essere lavoro, meritocrazia (quella vera, non quella che porta ad assumere alle Terme l’amico o l’amico dell’ amico che forse faceva anche l’autista del politichetto buffone di turno) scuola, università e ricerca. E’ finito il tempo delle buffonate, delle ordinanze volte a distogliere l’attenzione della città, delle minacce, delle mezze parole, dei provvedimenti che hanno come unico scopo quello di pagare qualche cambiale elettorale.
Bisogna ritornare a parlare delle periferie non descrivendole semplicemente come luogo dell’abbandono, ma mettendo in campo proposte. Bisogna ripartire da li, perché è li che la camorra fa proselitismo,è li che le paure e le speranze dei giovani vengono sfruttate e modellate in quella fabbrica di illegalità chiamata clan D’Alessandro. Bisogna rinnovare la politica, permettere un ricambio generazionale necessario ai partiti se si vuol tornare ad avere la fiducia dei cittadini. Dobbiamo invertire la tendenza, deve essere la politica a comprendere che la più grande risorsa sono i giovani, non dovremmo permettere alla camorra di darci lezioni su questo.
Per fare tutto questo è necessario fissare un principio inderogabile, che si chiama QUESTIONE MORALE: chiunque ricopra cariche pubbliche e sia sfiorato soltanto dal dubbio di essere in combutta con la criminalità organizzata deve necessariamente fare un passo indietro e rassegnare le sue dimissioni.
Il 25 Marzo, in occasione dello sciopero generale indetto da tutti i sindacati, deve essere l’occasione in cui la città intera deve avere piena contezza della emergenza che sta vivendo. In quella giornata si deve scendere in piazza non soltanto animati dalla voglia di difendere il proprio posto di lavoro, ma con la determinazione di chi ha compreso che in gioco c’è una partita più grande che si chiama futuro.



Michele Vozza e Michele Starace

Lampedusa e dintorni

Lampedusa e dintorni
Nel giugno 1991, quando la guerra in Slovenia giunse a turbare le cancellerie diplomatiche dell'Europa occidentale che sosteevano la necessità di "un'Yugoslavia libera e democratica" un giornalista tedesco, Victor Meier, bollò l'atteggiamento dell'Europa come un "tale miscuglio... di giudizi sbagliati, di prigrizia mentale e di superficialità". L'Europa, ancora una volta, nella gestione di gravi crisi politiche dimostra tutta la sua inefficacia nel presentarsi come interlocutore serio lasciando agli Stati la difficoltà di assumere iniziative dettate più da un pragmatico cinismo che da un sostanziale idealismo. Il giudizio del giornalista tedesco può essere preso in prestito per qualificare il dilettantismo, il provincialismo, il qualunquismo di questo governo ostaggio di un Presidente del Consiglio, completamente assente a se stesso, di una Lega Nord che è incapace di esprimere un pensiero politico che racchiuda in sé un minimo di visione geopolitica e soprattutto di umana solidarietà che vada oltre l'esangue slogan Fora da i ball. Un governo immobile che piagnucola, minaccia di abbandonare l'Unione Europea dimostrando quanto sia scarsa la conoscenza del funzionamento delle istituzioni e del diritto dell'Unione da parte dei policymakers italiani, completamente travolti dalla crisi libica, dallo zelo interventista della Francia, del suo Presidente che per primo ha sdoganato Gheddafi trasformandolo da paria del Sistema Internazionale in un leader di una potenza regionale. Troppi interessi più o meno nascosti si concentrano nel Nord Africa, interessi confliggenti in termini di accaparramento di risorse energetiche, di investimenti, di spartizioni...Sarkozy è consapevole del fallimento dell'Unione per il Mediterraneo, sua creatura, di quanto sia fragile l'eredità culturale dell'impero coloniale francese e come essa stessa si riveli ingombrante all'atto dell'ingresso su suolo francese di migliaia di maghrebini; Berlusconi, non si sa se abbia maturato o meno la consapevolezza di quanto sia stata esiziale la gestione personalistica delle relazioni tra il nostro paese e l'UE, tra il nostro paese e i nostri vicini del Mediterraneo. Aldilà delle schermaglie diplomatiche e dello stesso intervento militare in Libia, nel quadro della Risoluzione Onu 1973/2011 che"esclude una forza di occupazione straniera di qualsiasi forma e su qualsiasi parte del territorio libico per proteggere i civili e le aree a popolazione civile minacciate di attacco nella Jamahiriya Araba di Libia, compresa Bengasi", assistiamo ad una mirabolante ipocrisia: si bombarda la Libia per proteggere i civili e si grida allo scandalo dell'invasione sul sacro suolo della Patria quando questi civili subito traformatisi in profughi, in immigrati sbarcano a Lampedusa, scappano dai Cie e tentano di raggiungere l'Europa , quella che vuole esportare la democrazia , la materia prima dell'umana convivenza, e che si rifiuta di vedere i prodotti finiti di questo scambio davvero ineguale...

Grazie a presto un bacio
Eleonora

       

L'i Italia è una repubblicca fondata sul lavoro

"L'Italia è una repubblica fondata sul Lavoro"

"L'Italia è una repubblica fondata sul Lavoro"

Mentre il Paese comincia lentamente a prender coscienza del “ciarpame”umano prima che mediatico gravitante intorno alla figura del Presidente del Consiglio, correlativo oggettivo del medesimo paesaggio desolante che si contorna di feste, discutibili pratiche sessuali, bustarelle, premi, intercettazioni che gettano una luce inquietante sulla condotta morale di “un uomo delle istituzioni”che , dimentico ed irriconoscente verso quel mandato “popolare” di governo, sbandierato come salvacondotto utile ad evitare la riprovazione e la condanna dell’opinione pubblica prima che delle gerarchie ecclesiastiche, squalifica il Paese agli occhi del mondo ed offre il destro ad arguti analisti politici che ritraggono l’Italia come la dantesca “nave sanza nocchiero in gran tempesta, non donna di province ma bordello”, un’altra Italia tenta con determinazione di superare l’empasse della strisciante crisi politico-istituzionale, di rispondere al vuoto della politica sui grandi temi economico-sociali, di riflettere sulla criticità dell’attuale fase dove le “spinte dal basso” materializzano l’idea della necessità storica di una rivolta contro un sistema che ha degradato la ricchezza a gioco d’azzardo, ha condotto a speculare e a scommettere sull’incapacità del proprio vicino ad assolvere il debito contratto per l’acquisto di una casa in cambio di un profitto generato da un non-lavoro. Come si sovvertono questi rapporti di produzione? Come si muta la logica della finanza immateriale, quella del capitale “istantaneo” , extraterritoriale che gioca a lanciare opa senza curarsi, delocalizzando in attesa di profitti più remunerativi, degli operai , degli apparati produttivi materiali, delle fabbriche, dei territori medesimi il cui destino è legato alle sorti degli operai e delle fabbriche? Come si cancella il metodo Marchionne che relega la contrattazione intesa come mediazione d’interessi tra lavoro ed impresa ad un regolamento aziendale che istituzionalizza il ricatto ai danni degli operai ridotti ad accessorio delle macchine incorporati in quelle catene di montaggio che possono lasciare solo dopo il turno di lavoro? Come s’inchioda la politica alle sue responsabilità , al suo dovere di condurre analisi rigorose e severe e al suo compito di elaborare soluzioni applicabili nel concreto? Riscoprendo e riammettendo al centro dell’ agenda politica il lavoro, i salari e i diritti, contestando e rintuzzando le derive autoritarie di un potere sordo e cieco di fronte ai bisogni materiali dell’esistenza umana.


La rimozone del lavoro

La rimozione del Lavoro
Il “caso Fiat” rischia di passare alla storia come una “vexata quaestio” della politica, dell’economia e delle relazioni industriali all’italiana. Ma ciò che si configura in modo lampante e netto ormai da mesi se non anni è il ricatto perpetrato ai danni degli operai chiamati a votare un assurdo quesito referendario, abominevole nelle pratiche in cui è stato sottoposto, ma soprattutto nei contenuti. La crisi, snobbata dai politici italiani, dal Presidente del Consiglio troppo occupato in ben altre faccende e per questo troppo incline all’ottimismo, oggi viene addotta per giustificare estorsioni di diritti e di salari ai danni degli operai. La strategia di Marchionne è una non-strategia, è una forzatura antidemocratica che obbliga l’operaio, nella sua dignità di donna e di uomo, di lavoratrice e di lavoratore ad accettare un lavoro sempre più precario, usurante che aggrava quella particolare forma di alienazione che quotidianamente sperimentano le operaie e gli operai della catena di montaggio date le penose e pesanti condizioni imposte quali la rinuncia alla pausa, al diritto di sciopero e di salute, l’impossibilità di eleggere i propri delegati nelle assemblee, pena l’indisponibilità della Fiat a sbloccare un investimento per lo stabilimento di Mirafiori per 700 milioni di euro di cui si ignorano contenuti , progetti e finalità. Grandi assenti e per questo fin troppo colpevoli nella pseudo-trattativa tra il gruppo Fiat e i lavoratori la politica e i politici italiani che rivelano tutta la loro incapacità nel comprendere e gestire i cambiamenti prodotti da fenomeni le cui dinamiche, data la loro complessità, sfuggono a menti troppo impegnate nei giochetti di palazzo e che hanno una visione insincera del paese reale, di un’Italia, che nel 150 esimo anniversario della sua fondazione, è chiamata ad interrogarsi sulla sua identità, sul suo posto nel mondo ma soprattutto su quali binari orientare la sua crescita economica senz’altro ma anche sociale e culturale. La vicenda Fiat è paradigmatica ma dovrebbe suscitare sdegno e preoccupazione in un paese dove l’opinione pubblica vive una sorta di assuefazione dinanzi ad una violazione così palese dei diritti, opinione pubblica che si ridesta solo quando si titilla la sua morbosità in relazione alla priapica ars amatoria e all’immaginario falsamente erotico del Presidente del Consiglio. Paradigmatica perché cristallizza la spaccatura sul versante del sindacato con CISL e UIL, seppur con qualche riserva di minore entità, schierati su posizioni concilianti nei confronti del non-piano di Marchionne, con la Fiom attestata su posizioni per così dire avanguardiste nella misura in cui propone un’ alternativa alla vacuità di un progetto che oltraggia i lavoratori in quanto sospende le garanzie di diritti e di salari previsti dal contratto nazionale, sostituito con uno strambissimo accordo aziendale che piega i diritti dei lavoratori a non meglio precisati obiettivi di produzione. Paradigmatica , perché con l’uscita del gruppo Fiat da Confindustria e la liquidazione del contratto nazionale con i conseguenti “aggiustamenti” in termini di rinuncia a diritti in cambio di un lavoro pagato col misero salario di sempre, crea un precedente pericolosissimo nella misura in cui fornisce l’illusione secondo cui in Italia per investire, produrre e crescere economicamente si possa bellamente cancellare diritti e che tale cancellazione avvenga a beneficio dei lavoratori in nome di un profitto illusorio generalizzato per tutti. Le conseguenze del non-metodo Marchionne probabilmente si rifletteranno nell’adozione di pratiche affini in altri settori produttivi non da ultimo si applicherà questo nuovo modello d’impresa alla situazione già sconcertante della Fincantieri; dietro i paraventi di un modello lavorativo ispirato ad un discutibile criterio di flessibilità si consumeranno il ricatto ai danni della classe operaio e l’indebolimento del tessuto produttivo del paese che diverrà sempre meno competente e non solo competitivo sui mercati perché un paese che non investe, non innova non sostiene il lavoro crea disuguaglianze, amplifica il divario tra le fasce sociali e danneggia se stesso. Paradigmatica perché mette a nudo l’inconsistenza e l’inesistenza stessa di un progetto di rilancio industriale, l’asservimento della politica che dovrebbe essere filosofia e prassi del bene comune a logiche affaristiche motivate dalla disperata ricerca dell’extra-profitto, la mancanza di strategie e tattiche per la realizzazione di uno sviluppo che sia a beneficio di tutti e non degli egoismi di pochi.

di: Eleonora Salvatore

La sponda Sud del Mediterraneo

La sponda Sud del Mediterraneo
La sponda Sud del Mediterraneo si desta dal torpore e dall’amarezza in cui volevano rinchiuderla regimi dittatoriali plutocraticamente sostenuti dai petrodollari e politicamente spalleggiati dalle compiacenti connivenze dei governi occidentali, cosiddetti democratici. Le rivolte dei popoli del Mediterraneo del Sud non recano lo stigma dello scontro di civiltà prefigurato da Huntington, costituiscono, invece, una ribellione potente e dolente contro i diktat della globalizzazione economica che pretende di svilire e soggiogare le culture indigene, locali in nome del Profitto Universale, contro la fallacia e l’ignominia di regimi politici che non hanno esitato a comprimere e a reprimere libertà e diritti in cambio di benefici economici elargiti dal “Liberale Occidente” perché vigilassero contro la “minaccia del terrorismo islamico”.
Se il 2008 ha rilanciato la questione mediterranea al centro del dibattito politico europeo con la creazione di un’Unione per il Mediterraneo su iniziativa di Nicolas Sarkozy e realizzata dopo lunghi negoziati con la Germania durante il semestre francese della Presidenza UE prestando attenzione alle relazioni euro-mediterranee a tre anni di distanza da una quasi unanime dichiarazione di fallimento politico dell’idea del Partenariato Euro-Mediterraneo, i primi mesi del 2011 hanno definitivamente consegnato al passato un’un immagine parziale del Mediterraneo che una certa Europa aveva costruito e veicolato nelle sedi istituzionali. Nel post 89 il Mediterraneo è stato conteso da due modelli di riconfigurazione geopolitica e geostrategica: da un lato il Mediterraneo come limes meridionale dell’Europa , come frontiera connotata in senso militare che separerebbe due civiltà, l’Occidente e l’Islam che nel contesto del post Guerra Fredda rischierebbero di scontrarsi lungo la “linea di faglia” mediterranea (Huntington); dall’altra l’immagine di un mare-ponte, di un “mare senza dogane” sostenuto “ da una cultura materiale condivisa, fatta di continuità nelle strutture sociali, nei costumi, nelle tradizioni e nei modi di vivere, e costitutiva di una vera e propria civiltà mediterranea”(Braudel).
A dispetto delle altisonanti dichiarazioni al vertice dei Ministri degli Esteri dell’UE a Bruxelles che hanno condannato la violenza della repressione del dissenso e la furia cieca contro i manifestanti che ha indotto il portavoce della Lega Araba a parlare di genocidio in terra libica, in un eccesso di “REALPOLITIK” il governo italiano si barcamena tra l’invito a non esportare la democrazia in Libia e la sua disponibilità a mediare in un’ ipotetica quanto surreale operazione di riconciliazione nazionale per la “Grande Repubblica Araba di Libia Popolare e Socialista”…
In attesa degli esiti di una crisi, quella libica, destinata a mutare lo scenario geopolitico del Medio Oriente con conseguenze importanti su tutta l’area che si estende fino all’Aghanistan ed annesse ripercussioni in termini di riconsiderazioni geostrategiche da parte di Usa, Cina e Russia le cui politiche estere risulteranno sempre più confliggenti con la sovrapposizione di obiettvi ed interessi nelle medesime aree: Maghreb, Levante Mediterraneo, Bacino Caspico, Asia Centrale con Israele, Turchia ed Iran pronte a contendersi il primato di potenza regionale. Assistiamo ad un pericoloso arretramento dell'Europa che, incapace nell'elaborare una politica estera organica ancora tristemente avvitata sul raggiungimento degli "interessi nazionali" dei paesi membri dell'UE, si arrovella sugli affannosi problemi di sempre quali flussi migratori e lotta al "fondamentalismo islamico" senza comprendere origini cause e traiettorie di questi nuovi movimenti di decolonizzazione autonomi e spontanei. La sponda sud del Mediterraneo ha riscoperto la valenza dell'agorà, della piazza come luogo in grado di sperimentare tutte le forme dell'agibilità democratica, come luogo in cui l'effervescenza collettiva ha spodestato le ultime vestigia del passato coloniale e dei simulacri dittatoriali in nome di una democrazia fatta di pane diritti e libertà incoercibili mentre l'Europa appare sempre più lontana e sempre più vecchia.

REFERENDUM,UN MESSAGGIO EPOCALE PER IL NOSTRO PAESE

Referendum 2011
del 12-13 Giugno


Rossana Rossanda ha di recente scritto un articolo per “il Manifesto” all’inizio dell’anno nel quale fa notare come sia difficile di questi tempi essere italiana/o trovandosi all’estero. Ed ancora più se si trova in Europa ma con una storia politica come la sua.

Visto che il momento è davvero particolarmente difficile, credo che sia riduttiva questa considerazione e bisogna allargare l’angolo di visuale per considerare più e meglio la condizione politica italiana attuale quale proveniente dagli ultimi 16 anni e non solo come conseguenze emotive individuali ma come percorso storico che ci sta portando, oggi, proprio oggi, verso un traguardo assolutamente negativo che ben più gravi conseguenze avrà che non una personale difficoltà a sentirsi italiano all’estero.
E’ infatti molto più difficile essere italiani e trovarsi in Italia oggi. Ci dispiace per il disagio della Rossanda ma chi fa politica, chi ha dedicato nobilmente gran parte della propria vita nel praticare una buona politica per incidere in meglio nella storia del proprio Paese è giusto adesso che deve accorgersi di cosa sta per avvenire o può avvenire.
Il nostro Paese e tutti noi italiani ci stiamo avviando quasi inconsapevolmente verso le rapide di un fiume sul quale navighiamo e fra un po’ arriveremo ad un grande balzo che determinerà un forte peggioramento delle condizioni strutturali della società italiana.
Tutto ciò avviene nel silenzio più o meno colpevole dei mezzi di comunicazione di massa, e nell’inanità ed inefficacia della classe politica di opposizione parlamentare che ufficialmente dovrebbe avere maggiore interesse a bloccare o cercare di contrastare questi percorsi.
Ha forse ragione in questo la Rossanda che, nel descrivere il panorama politico attuale dà una precisa ed esatta idea di una politica debole, senza forti programmi e senza forza delle idee o dei consensi. La debolezza della politica coinvolge tutta la vita pubblica per la verità, ed è iniziata subito dopo la fine del mondo diviso in due blocchi: adesso è il Mercato Globale che indirizza le decisioni delle economie mondiali e le sue decisioni passano sopra gli Stati, che hanno leggi locali e relative, e passa anche sopra le democrazie e le deboli politiche attuali.
Questo è il quadro, ed alla luce di questo se dunque guardiamo agli ultimi anni ed al percorso che, con qualsiasi governo, hanno avuto le gestioni e le proposte di gestione dei Servizi Pubblici, vediamo chiaramente che stiamo andando alla resa dei conti definitiva.
Abbiamo davanti a noi i Referendum, ed, a parte quello sul nucleare che fù già affrontato e che riguarda pur sempre il business, sono 2 i Quesiti sulla ripubblicizzazione dei Servizi Idrici Integrati che contano e che ineluttabilmente determineranno le politiche future di questo e degli altri governi.
Coloro che detengono il potere e che posseggono i mezzi di comunicazione come vediamo cercano in ogni modo di far passare tutto sotto silenzio per coinvolgere il meno possibile i cittadini elettori, ed è allora chiaro che il loro obiettivo (che è l’obiettivo imposto dalle logiche del Mercato Globale) resta quello di non far raggiungere il ‘quorum’ del 50% + 1 dei votanti.
Questo allora è il punto chiave che non deve essere sottaciuto: se non si raggiungerà il ‘quorum’ ogni possibilità di avere una gestione pubblica dell’Acqua Bene Comune sarà persa per sempre, perché nessun altro governo, di qualsiasi orientamento sia, mai più affronterà questo tema pensando che è politicamente perdente (o comunque non sufficientemente sensibile).
A questo seguiranno poi tutti gli altri Servizi Pubblici, non c’è alcun dubbio. L’Acqua è Bene Comune indisponibile per eccellenza e si è visto nella reazione della gente lo scorso anno durante la raccolta delle firme, ecco perché adesso stiamo portando avanti questa battaglia per l’Acqua, perché cerchiamo di riportare alla democrazia ed alla politica la gestione della cosa pubblica, mentre di contro i Mercati ed i politici loro alleati allo stesso obiettivo specularmente puntano. Negare, impedire la riconquista della gestione pubblica ed avere così da ora in poi finalmente aperto il percorso del loro credo politico, governare per il profitto.
Se quindi non si raggiunge il ‘quorum’ si perde la gestione democratica dell’Acqua per sempre, e poi si perderanno tutti gli altri Servizi Pubblici con aumento indiscriminato delle tariffe e con l’avvio, a lungo perseguito dal Mercato anche in Italia, del neo-liberismo già imperante nel resto del mondo occidentale.
Questa è la semplice e terribile conclusione: ci stiamo avvicinando ad un appuntamento epocale, dopo il quale il nostro Paese si potrà avviare o verso il ripristino lento di una rinata democrazia gestionale o verso la perdita definitiva della democrazia nella cosa pubblica.
Non ci resta che andare tutti a votare [perché le proiezioni dànno vincente i SI in caso di raggiungimento di ‘quorum’] e portare assolutamente tutti al voto, combattendo contro le avversioni dei Mercati e dei Media.

di: Giuseppe Sunseri
Fonte: http://www.sinistraecologialiberta.it/